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Denver 1993 - Paolo Pacetti

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“We are one body”: su queste american words si snodava l’inno di quella Wyd sulle Montagne rocciose di Denver.

Correva l’anno 1993, il Papa era in forma nonostante un incidente al femore, ma ormai la Gmg era partita. E con la scelta dell’America Giovanni Paolo II indicava chiaramente che si era chiusa una prima fase di quella “storia nella storia” che erano le Gmg. Era conclusa l’epoca di risveglio dell’interesse della Chiesa per i giovani, era ben avviato il tentativo di chiedere ai ragazzi di tornare entusiasti protagonisti di quell’Annuncio che, solo, dà senso e significato pieno al vivere dell’uomo. Ma adesso se ne apriva un’altra, di vicenda: il Papa voleva azzeccare i luoghi adatti a risvegliare il senso di appartenenza e di convinzione matura dei giovani alla fede. Posti come Roma, Santiago, Czestochowa, centri di pellegrinaggio di tradizione secolare, luoghi che da soli parlavano di una fede che vince la storia, di convinzioni che durano nel tempo, di riscoperta della propria vocazione erano serviti a trainare un risveglio che ormai era avvenuto in modo completo e maturo.

 

Ora, però, caduto il Muro del comunismo ateo e materialista, Giovanni Paolo II virava la sua barca, sui quali aveva convocato quelle che chiamerà “le sentinelle del mattino”, verso una missione tutt’altro che facile, ma possibile: risuscitare nell’opulento Occidente il senso religioso dell’esistenza, seminare nelle società ricche e disperatamente sazie il seme del Vangelo, che – il papa polacco ne era sicuro – darà frutti. Come da 2000 anni a questa parte. E la prima tappa di questo rilancio non poteva passare se non dal cuore stesso di questo Occidente moderno, anzi postmoderno: gli Stati Uniti. Ecco la Gmg di Denver, agosto 2003: la Gmg dei grattacieli, degli hamburger e di una fede da testimoniare in modo inedito.

 

Ce ne parla Paolo Pacetti, oggi ingegnere alla Telecom Italia, sposato con Orsola (altra gmgina!), allora entusiasta giovane da Wyd.

 

Per iniziare: perché hai preparato la valigia per Denver?

Non ero nuovo alle Gmg: ero già stato a Roma ’84 e Czestochowa ’91. Mi piaceva l’idea di ripetere l’esperienza dell’incontro fra il Papa e tanti giovani. Eppoi, in quell’occasione abbiamo avuto un aiuto d’eccezione: il nostro parroco, di Santa Croce a Pietralacroce (periferia di Ancona). Era arrivato da poco e per invogliare noi giovani, d’accordo con il consiglio pastorale parrocchiale, decise di finanziarci il 50% del viaggio in America per la Gmg: siamo partiti in 11. Devo anche dire che è stata un’ottima possibilità per conoscere meglio la mia (allora) fidanzata (ora moglie) con cui ero insieme da 1 anno. Buoni motivi, vero?

 

Direi proprio di sì. Una particolarità di quella Gmg a stelle e strisce.

Come diocesi di Ancora ci erano stati affidati alcuni servizi a Denver: l’accoglienza all’aeroporto, l’animazione delle catechesi per gli italiani, un po’ di cosette a Cherry Creek (luogo della veglia, ndr). Con questa “scusa” nei mesi precedenti alla partenza si era formato un bel gruppo di persone, il coro, i musicisti. Mi permetti una citazione? Il maestro del nostro coro, Alessandro, violinista, ha fatto poi una comparsa nel film La vita è bella: suonava il suo violino durante la mitica cena con l’entrata del cavallo verde, ricordi?

 

Ricordo. Raccontami meglio di questo coro marchigiano sulle Montagne Rocciose.

Eravamo 50 elementi, 4 voci, tutti gli strumenti per le grandi occasioni. Siamo arrivati a Denver via Los Angeles e san Francisco. In California abbiamo fatto qualche giorno di vacanza, per non dire di “pacchia”. Ricordo una scena fantastica: sul battello nella baia di san Francisco a fare le prove di canto per la Gmg: bellissimo, memorabile!

 

Oltre a queste performance turistiche, cosa ti ha dato questa partecipazione musicale alla Gmg?

Ci ha coinvolto moltissimo, nella conoscenza fra di noi e nell’impegno musicale. E poi qualcuno ha detto che “chi canta, prega due volte”: ebbene abbiamo pregato bene! La costituzione del nostro coro e complesso è stata anche una fortuna con cui agganciare, con la “scusa” della musica, tanti giovani che la parrocchia l’avevano lasciata molti e molti anni prima. Coinvolti per il coro e il complesso musicale, tanti si sono avvicinati alla chiesa e hanno poi continuato anche dopo la Gmg.

 

Qualche istantanea di Denver, agosto 1993.

Il rapporto e la conoscenza degli italo-americani a Denver: al Red Rock Theatre ci hanno fatto una festa enorme. Noi abbiamo cantano un po’ (in quel posto hanno suonato anche gli U2, eh!): un evento bellissimo, una scenografia fantastica, con le Montagne rocciose sullo sfondo. Ancora: l’incontro con il Papa e frère Roger.

 

Addirittura?

Il Papa al Cherry Kreek. Con la scusa che dovevamo consegnare l’Osservatore Romano dedicato della Gmg, avevamo l’accesso all’aerea dietro il palco. E lì ci siamo trovati davanti il Papa, poi anche frére Roger. Ho sentito un’emozione enorme nel vedere da vicino due persone che hanno avuto un influsso grandissimo su migliaia, milioni di giovani in tutto il mondo.

 

Quali parole del Papa di Denver hai conservato?

“Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” diceva lo slogan di quella Gmg. Ecco, l’invito del Papa a vivere la vita in pienezza. E questo era un invito fortissimo e un po’ sconvolgente perché il Papa lo faceva in un Paese, in una società – gli Usa – che ha tutto dal punto di vista materiale e umano. Ma cosa vuol dire testimoniare la pienezza del vivere a chi possiede tutto, e di più?

 

Risposta?

Beh, il messaggio del Vangelo, che è la vera ricchezza dell’uomo.

 

Cosa ha significato per te vivere una Gmg nell’America dei dollari e dei grattacieli?

La nostra tradizione e cultura è diversissima da quella americana, ma ho visto il loro modo di essere aperti, un popolo giovane, capace di accettare le novità. E sono stati capaci anche di accogliere noi giovani cattolici, che facevamo la Via Crucis per le strade di Denver. Personalmente, ricordo proprio bene quel momento, la nostra fila per le vie della città. E lì mi si è impressa un’idea forte: che sia possibile essere nella più alta contemplazione (pregare la Via Crucis) e insieme stare nel mondo più moderno e attivo che ci sia (una città americana come Denver). Questa testimonianza è fattibile non solo alla Gmg, ma nella vita di tutti i giorni: non bisogna pensare che sia necessario rifugiarsi in un eremo per vivere da cristiani.

 

Cosa ti sei spiritualmente portato a casa da Denver?

Questo: che in ogni momento si può vivere il Vangelo in pienezza, anche in quei luoghi dove questo sembrerebbe un po’ strano. A questo proposito, mi ricordo di un’immagine molto significativa: una piccola chiesetta antica, ottocentesca, in mezzo ai grattacieli. Ecco, la nostra fede deve essere così: una convinzione, anche piccola, ma nel profondo del cuore, una presenza viva e forte che resiste a tutto. E che alimenta e dà senso al nostro vivere.

 

                                                                Lorenzo Fazzini


Ultimo aggiornamento di questa pagina: 16-NOV-04


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